Ballo dunque sono: una storia danzata della sovversione
e delle tecniche di repressione psicopolitica. Riflessioni sulla festa a partire dal libro “Una Storia della Gioia Collettiva” (Barbara Ehrenreich, elèuthera, 2024)
[Scelta musicale consigliata per la lettura: E il cielo dei cieli, Sectio Aurea]
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IN PRINCIPIO FURONO LA DANZA E LA MUSICA
Molto prima di avere un alfabeto, e molto prima di diventare sedentari, gli esseri umani ballavano. Come documentato dalle figure danzanti raffigurate nelle innumerevoli pitture rupestri preistoriche rivenute negli scavi di differenti parti del mondo, la danza era l’allegoria più compiuta della vita umana come movimento continuo in bilico sul confine del mondo, in cui l’io si espandeva e si liberava dalla gabbia dell’esistenza individuale per fondersi con l’altro e rafforzare il legame comunitario attraverso quella che Durkheim ha definito “effervescenza collettiva”, un trasporto o un’estasi indotta dal rituale che consolida i legami sociali. In netta contrapposizione con le teorie filosofiche più o meno contemporanee che postulano il linguaggio verbale e fonetico-lineare come il prolungamento naturale della capacità di provare empatia, nonché come la caratteristica-strumento che fa dell’animale umano un animale propriamente umano, la storia della nostra specie e il Godot di Beckett, insieme al Nada Bhrama di derivazione sanscrita, sembrano suggerirci l’ordine veramente naturale delle cose: prima danza, dopo pensa, perché l’universo è suono e la creazione altro non è che una complessa e infinita vibrazione sonora primordiale.
Il libro di Barbara Ehrenreich – pubblicato per la prima volta nel 2006 con il titolo Dancing In The Streets: A History of Collective Joy, il quale cita l’omonima canzone del gruppo Martha and the Vandellas - prende le mosse proprio da questa universalità del dispositivo coreutico-musicale e della festa, nonché dalla loro centralità nella vita delle comunità umane, al punto da definirli come la biotecnologia della formazione di un gruppo. Le radici della sua indagine affondano nelle civiltà preistoriche risalenti a diecimila anni fa - in cui la danza pareva assolvere soprattutto ad una funzione evolutiva e di incoraggiamento alla vita in gruppo come tecnica di difesa contro i predatori e per far fronte al rischio - e si diramano fino al presente più recente per mostrarci come, indipendentemente dall’arbitrarietà della ricostruzione storica, e in qualsiasi punto della linea spaziotemporale, la festa non sia mai stata una semplice attività marginale quanto, piuttosto, un’azione estremamente significativa dai molteplici ruoli e fini.
Portale di accesso alla propria immortalità e alla conoscenza del divino, per lungo tempo la festa è stata l’incarnazione dell’alterità, di quell’ibridazione mutante tra il sacro e il perturbante in cui l’individuo poteva evadere dalla nostalgia atavica verso un altrove perduto – in cui il numinoso camminava accanto alla vibrante mortalità umana mentre le menadi allattavano i cerbiatti dai propri seni e si impadronivano del monopolio maschile della violenza - per immergersi nella folle gioia del suo ritrovamento. La potenza trasformatrice dei ritmi violenti dei tamburi non solo permetteva all’esistenza di guarire dal trauma inferto da una realtà dolorosa - emblematico è il caso italiano del tarantismo, ampiamente descritto dagli studi di Ernesto De Martino -, ma le permetteva anche di liberarsi dalle categorie di potere, dalle gerarchie e dal principium individuationis, come descritto anche da Colombani in Lo spettro di Dionisio nell’underground. Prolegomeni a una trance contemporanea (Mimesis, 2020). In particolare, la prerogativa del culto estatico – soprattutto nell’incarnazione di Dionisio - era proprio il capovolgimento rituale, secondo cui i ceti sociali subordinati e le soggettività emarginate – schiavi, stranieri, giovani e, in particolare, le donne con il culto dell’oreibaia - assumevano provvisoriamente il ruolo delle classi sociali superiori, oppure sovvertivano la divisione sessuale del lavoro.
Tale usanza di rovesciamento si ripresenterà ripetutamente nel corso dei secoli, e con toni e forme sempre più radicali. A partire dal tardo medioevo, la Festa dei Folli, ovvero il carnevale, assumerà i contorni di una vera e propria resistenza – molto spesso armata – verso le élite, dando al popolo la possibilità di evadere dalla fissazione delle categorie sociali per unirsi alla celebrazione della fustigazione delle autorità ecclesiastiche e istituzionali, e si diffonderà nel corso dei secoli per arrivare fino alle Americhe e alle terre colonizzante, dove gli schiavi e i neri utilizzeranno il carnevale come occasione di sollevazione armata contro i loro oppressori bianchi, spesso pagando con la vita.
Ma in ogni caso, e indipendentemente dalle differenze dei contesti, il popolo non aspettava che le autorità concedessero loro il permesso di fare festa, piuttosto la creava autonomamente, come un dono che la comunità faceva a se stessa, all’insegna della più radicale riappropriazione spaziotemporale. E, molto spesso, questa riappropriazione assumeva i caratteri di una sovversione che strabordava, fuoriusciva dai tentativi di contenimento e di repressione delle autorità locali. Per esempio, come riporta Ehrenreich, verso la fine del XIX secolo, le autorità di Princess Town avevano tentato di imporre nuove regole e restrizioni al carnevale e, per tutta risposta, le danzatrici avevano schiaffeggiato i poliziotti, dando inizio a scontri violenti tra i celebranti e le forze del (dis)ordine.
In questo senso, la festa e i rituali – emblematico è anche il caso delle religioni diasporiche - erano senza dubbio atti radicali di lotta, di riappropriazione e di invenzione dal basso e, di conseguenza, anche l’espressione esplosiva dell’amore che la comunità provava per se stessa.
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L’ESERCITO DEI TRISTI E LA CELEBRAZIONE DELLA MORTE DELLA FESTA
Ma se è vero che il libro di Ehrenreich vuole essere un inno alla libertà di godere insieme e un invito alla danza (da cui l’omonimo titolo dell’introduzione), esso è anche una storia sull’esercizio secolare del potere e sul suo impatto sulla vita della collettività, perché la storia della danza e della festa è tanto antica quanto quella della loro repressione. Ciò che motiva il suo lavoro, dichiara l’autrice, è un senso di perdita del piacere estatico generato dai riti danzati e suonati, che andrebbe rimpianto tanto quanto il declino delle società comunitarie. Ma chi ha ucciso la gioia collettiva, e perché? Ehrenreich individui almeno quattro carnefici principali.
Il primo colpo inflitto è da imputare all’avvento della scrittura, a quella fredda logica della razionalizzazione che ha accompagnato la nascita della civiltà intesa come stratificazione e gerarchizzazione sociale; al logos e alla costituzione di una realtà privata del sacro mistero del tutto, soffocato dal peso delle categorie e da una forma mentis austera – la stessa forma mentis che caratterizza le élite e il loro disgusto per l’oscenità della festa, per la sua esuberanza scomposta e indomabile che inorridisce il buoncostume e frastorna il torpore di quella noia tutta borghese, cristallizzata nell’ordine e nella paura che la forza rivoluzionaria della festività possa mettere in discussione il loro status e l’accumulazione della loro ricchezza, nutrita dalla predestinazione secolarizzata delle classi sociali.
Il secondo attacco viene sferrato dall’avvento della borghesia industriale e dal simultaneo processo di militarizzazione della società, che sostituisce l’ozio con la disciplina ferrea, l’obbedienza e l’abnegazione. La comparsa dei mezzi di distruzione trasforma l’essere umano in un soldato, in un ingranaggio per la macchina mortifera del lavoro e della guerra, il cui obiettivo ultimo è quello di espropriare gli individui del proprio tempo. In altri termini, è l’avvento della cultura occidentale, della virilità all’insegna di una classe dominante tutta al maschile che femminilizza la presupposta irrazionalità delle feste; è il momento in cui la storia degli esseri umani si trasforma nella storia degli uomini, ovvero dei padri, come scrive Berardi “Bifo” in Pensare dopo Gaza (Timeo, 2025), processo iniziato già nell’antica Roma e che trova nell’introduzione delle armi da fuoco uno dei suoi breakthrough più importanti. Scrive Ehrenreich:
Uno spirito femminile, o androgino, di giocosità contrapposto al freddo principio dell’autorità patriarcale. Di fatto è così che Robert Graves, Joseph Campbell e molti loro successori hanno interpretato l’avvento di una cultura distintamente occidentale: ovvero il trionfo del mascolino e del militaresco sulle tradizioni anarchiche di un’era agraria più semplice, il trionfo degli dèi patriarcali “celesti”, come Jahvè e Zeus, sulla grande dea ctonia e le sue consorelle. Le antiche divinità erano accessibili a tutti attraverso l’estasi indotta con il rito. I nuovi dèi parlavano solo per bocca dei loro sacerdoti o profeti, e oltretutto nei toni terrificanti del monito e del comando (p. 70).
Il terzo assalto è rappresentato da quel grande e irreparabile iato aperto dall’Io autonomo ed egocentrico, dall’individuo-fortezza, che condannerà per sempre l’essere umano al suo più grande fardello, ossia la solitudine sconfortante del nucleo identitario che lo allontana dalla datità del mondo e dall’Altro, e che verrà ulteriormente amplificata dalla riforma calvinista e dalla sua estrema compatibilità con il capitalismo: ora et labora. Il sé diventa sostantivo e l’isolamento diventa una condizione di esistenza per l’acquisizione di un ruolo importante nel teatro dell’assurdo. In Realismo Capitalista (NERO Editions, 2023), Mark Fisher cita Oliver James, il quale scrive che
le tossine più nocive del capitalismo egoista sono quelle che sistematicamente incoraggiano l’idea che la ricchezza materiale sia la chiave per la realizzazione personale, che i ricchi sono i vincenti e che per puntare in alto non serve altro che lavorare sodo, indifferentemente dal retroterra familiare, etnico o sociale di provenienza (p. 83).
La quarta offensiva, invece, risale all’era moderna e, nello specifico, al trauma inferto dal nazifascismo, tramite cui i movimenti di massa e l’eccitazione collettiva diventano l’incarnazione del male e del pericolo. Ora, l’unica azione “festiva” concessa è la marcia patriottica militare, la nazione come idea – menzogna - mistica di unità. Il totalitarismo compie un’operazione di sussunzione dei raduni di massa, e Hitler e Mussolini li utilizzano per governare la popolazione e favorire l’identificazione di quest’ultima con lo Stato. Ma mentre il carnevale popolare aveva come scopo la sovversione dell’ordine sociale, gli spettacoli nazifascisti hanno lo scopo di consolidare le gerarchie, creando l’illusione di una pseudo-partecipazione. In altre parole, si tratta di quella che Walter Benjamin chiama estetizzazione o fascistizzazione della vita politica: la peculiarità dei fascismi consiste proprio nel fornire alle masse l’illusoria possibilità di espressione e partecipazione ma senza intaccare i rapporti di forza e di proprietà; inoltre, la possibilità di espressione immediata è data – guarda un po’ - dalla guerra (L’opera d’arte nell’epoca della riproducibilità tecnica, in Aura e Choc. Saggi sulla teoria dei media, Einaudi, 2012). E se Bifo ci ricorda che “in Mille Piani, Deleuze e Guattari definiscono sinteticamente il fascismo come una situazione in cui la guerra è in ogni nicchia” (Pensare dopo Gaza, p. 55), il visionario Fisher, in Materialismo Gotico. Vivere e morire al tempo delle macchine (Einaudi, 2026) ammonisce che, al giorno d’oggi, il sistema non opera più “tramite soppressione o repressione, ma attraverso processi partecipativi” (p. 36).
Il corollario di questa operazione di progressivo annichilimento della vitalità esistenziale e della festa è rappresentato dall’avvento del colonialismo, in cui la guerra alla danza si trasforma in una campagna globale contro la festa, animata dall’impulso squisitamente occidentale di sterminio plurisecolare e planetario. Ma se in Europa l’obiettivo della repressione era quello di annientare le celebrazioni a favore dell’operazione di lobotomizzazione capitalista delle classi inferiori, nel caso delle terre colonizzate lo scopo era quello di annientare i celebranti, vale a dire le popolazioni native. Anzi, il livello del progresso occidentale si misura(va) in base al numero di vittime uccise, in un rapporto direttamente proporzionale: quanto più sangue si spargeva, tanto più l’opera di incivilimento si compiva. Nelle situazioni “meno tragiche”, invece, l’obiettivo era quello di indebolire i rapporti comunitari tra le tribù, attraverso la repressione delle loro danze e feste e l’introduzione della concorrenza individualistica. Come scrive sempre Bifo, “il vincolo della civiltà (della storia) è fondato su una legge patriarcale e assassina, interiorizzata fino al punto da trasformare la violenza in eroismo e l’inganno in grande politica” (Pensare dopo Gaza, p. 201).
L’ingranaggio è compiuto: onnipotenza del linguaggio come potenza reale – economia liberale come continuazione naturale della guerra – sistema militare come diretto finanziatore della datificazione della realtà vivente – secolarizzazione e disumanizzazione della collettività - distruzione della sfera pubblica – Io identitario come prolungamento del nazionalismo e del culto aggressivo delle patrie immaginarie.
Ma, in qualsiasi caso, l’impulso sotterraneo e sempre presente della repressione è da ricercare nella minaccia reale che la festa e i rituali come forze rivoluzionarie e disertrici hanno sempre rappresentato per qualsiasi potere costituito. Ciò che più ha infastidito gli oppressori di ogni epoca è il fatto che queste feste avvenivano senza permesso, ma ciò che più ha fatto tremare il loro debole midollo è la consapevolezza che, come affermò Traiano, “ogni volta che la gente si riunisce per uno scopo comune, nel giro di poco si tramuta in un circolo politico” (Ehrenreich, p. 67).
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UNA SOCIETA’ SENZA FESTA E’ UNA SOCIETA’ MALATA: REALISMO CAPITALISTA E ALTRE FORME DI NON-VITA
Considerato ciò, è indubbio che il tanto decantato “progresso” europeo abbia coinciso con un’operazione sistematica di eliminazione delle feste. D’altronde, dopo tanta fatica, lavoro e guerra, chi avrebbe mai avuto altro tempo e forza da dedicare all’ebbrezza della danza e della musica? E come se non bastasse, quel poco tempo che avanzava bisognava pure dedicarlo alla costruzione di una posizione sociale, all’affermazione della propria identità. Tolto tutto questo, ciò che restava era il nulla mischiato al niente...
...e alla depressione.
Come scrive Ehrenreich, tra il XVI e il XVII secolo, in Europa si registrò una curiosa impennata della melancolia morbosa. Mentre il lume della ragione raggiungeva il suo picco, il peso dell’esistenza diventava insopportabile e le persone sempre più cupe, instabili, terrorizzate, depresse. Certo, c’è da dire che quel periodo fu contrassegnato da diversi progressi medico-scientifici che favorirono certi tipi di diagnosi, anche perché le prime descrizioni della malinconia risalgono ad Ippocrate; ma quest’ipotesi non sembra convincere, principalmente perché l’impennata del tasso dei disturbi mentali non si è verificata nello stesso arco temporale.
Esistono altre possibilità. La prima è che sia l’aumento della depressione sia il declino delle feste siano sintomatici di un profondo cambiamento psicologico sottostante, avviato circa quattrocento anni fa e, in qualche forma, tuttora persistente. La seconda, più interessante, è che la scomparsa delle feste tradizionali sia stata essa stessa un fattore scatenante per il dilagare della depressione (Ehrenreich, p. 164).
Ora, è chiaro che è pretenzioso - e anche troppo semplicistico - ricondurre il dilagare della depressione alla sola repressione della festa, ma ciò che rende interessante quest’ipotesi è il fatto che riconosce la dimensione politica dei disturbi e la loro imprescindibile correlazione con i mutamenti storico-politici e materiali delle rispettive epoche. D’altronde, anche la psicologia e la psichiatria odierne il più delle volte ignorano le condizioni materiali di esistenza, preferendosi concentrare piuttosto sull’individuo come alfa e omega delle condizioni psicopatologiche, secondo quell’approccio tutto deficitario, patologizzante e segregativo dell’istituzione totale. Ma il dilagare della depressione è iniziato in un certo periodo storico, caratterizzato da importanti mutamenti sistemici ed esistenziali, e da allora non ha fatto altro che persistere nel corso del tempo, registrando un’impennata sempre maggiore del tasso di incidenza a livello globale, in particolare nei paesi industrializzati.
Se provassimo a cambiare la grammatica di interpretazione, per esempio adottando quella più recente che Byung-Chul Han ci offre nel libro La scomparsa dei riti. Una topologia del presente (nottetempo, 2021), ci rendiamo conto che quello della perdita dei riti e della festa è un tema peculiare molto attuale. In fondo, il nostro secolo è uno spaziotempo segnato dal crollo dell’universalismo democratico e della mitologia dell’Occidente, dal tecnofascismo, dalla disintegrazione della civiltà bianca e dal genocidio, in cui impera il realismo capitalista, dove “reale” significa la morte del sociale, come scrive Simon Reynolds. E non è un caso che il filosofo sudcoreano delinea una genealogia della scomparsa dei riti, descrivendola come tutt’altro dall’emancipazione e dal progresso. Nell’introduzione del libro si legge:
I riti si lasciano definire nei termini di tecniche simboliche dell’accasamento: essi trasformano l’essere nel-mondo in un essere-a-casa, fanno del mondo un posto affidabile. Essi sono nel tempo ciò che la casa è nello spazio. Rendono il tempo abitabile, anzi lo rendono calpestabile come una casa. Riordinano il tempo, lo aggiustano (p.12).
Per Han, quindi, il rito e la festa hanno a che fare con l’abitabilità dell’essere umano; con l’habitare come frequentativo di “habere”, che significa “continuare ad avere”, abitare, cioè, come modalità con cui l’animale umano riesce a permanere nel mondo e a trasformare la sua esperienza rispetto alla massa informe e caotica dell’esistenza e delle sue manifestazioni, in cui pur è da sempre gettato senza alcuna garanzia di senso: se i riti creano delle assi di risonanza, la depressione insorgerebbe proprio al punto zero di questa risonanza. Eppure, non si tratta tanto di addomesticare il caos, di ordinarlo e di controllarlo, ma di renderlo condivisibile e comprensibile per evitare di esserne sopraffatto.
In questo senso, uno dei valori di Una storia della gioia collettiva è che non si tratta solo di un’indagine storica da leggere retrospettivamente, ma anche di uno specchio attraverso cui riflettere le contraddizioni del nostro tempo. Il paesaggio della festa - e che la festa contiene - è la lente tramite cui Ehrenreich sceglie di dissezionare e interrogare i concatenamenti storici che hanno reso l’animale umano esattamente questo Antropos impastato di bellissime armi e bellissime parole, bellissime armi come parole, e viceversa - tanto per citare Donna Haraway in Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto (NERO, 2023) - e che sguazza sull’orlo della putrefazione di un capitalismo che, ormai “non può più promettere il progresso ma può estendere la devastazione ovunque e fare della precarietà la nostra normalità” (Haraway, 61). E il sentimento della precarietà - del lavoro frammentato nella vita quotidiana che rende possibile la precarizzazione, come scrive Bifo in Disertate (Timeo, 2023) - è proprio quello delle passioni tristi, dell’aumento del tasso di suicidio, dell’anorgasmia collettiva, della sofferenza psicotica e dell’horror vacui, in cui l’unico rituale ossessivo che permette di tenere insieme il mondo e di non farlo dissolvere in un ammasso di materia in decomposizione è proprio il lavoro: non è più possibile abitare il tempo, bisogna ucciderlo. Così, come scrive Fisher, “la depressione, dopotutto e soprattutto, è una teoria sul mondo e sulla vita” (Spettri della mia vita, p. 87), e se la melanconia ha una dimensione politica è “perché equivale alla rinuncia ad adattarsi agli orizzonti limitati del realismo capitalista”. Dunque, depressione o presa di coscienza?
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TUTTE LE FESTE SONO ILLEGALI MA ALCUNE SONO PIU’ ILLEGALI DI ALTRE
Gli ultimi due capitoli dell’indagine di Ehrenreich lasciano un po’ perplessi. Dalla rivolta rock alla carnevalizzazione dello sport, si ha l’impressione che qualcosa venga tralasciato e che il filo del discorso si perda un po’ tra un ricordo sbiadito – e un po’ bianco-coloniale – dei tamburi su una spiaggia di Copacabana e il Burning Man Festival; non si comprende bene quale sia il collegamento tra un festival i cui biglietti costano tra i cinquecento e i tremila dollari a persona, la carnevalizzazione delle manifestazioni di protesta e il sovvertimento delle categorie sociali (spoiler: nulla, non c’entra nulla)… Eppure, fino al 2006, anno della prima pubblicazione del libro, le feste e le controculture ne hanno viste di evoluzioni e dispositivi di guerriglia artistico-musicale che avrebbero decisamente meritato un’analisi approfondita. Ma, d’altronde, ciò con cui Ehrenreich decide di concludere il libro è ciò a cui l’America dei suoi anni ha assistito e partorito.
Non per questo la sua indagine diventa improvvisamente meno necessaria e presente. Una storia della gioia collettiva è importante sia perché, a discapito di tutte le trasformazioni secolari, l’odio contro le feste - questa meravigliosa e magnifica barbarie originaria, come scrive Daniele Vazquez in Feste fuori controllo. Corpi ostili e tecniche psicopolitiche di repressione (DeriveApprodi, 2018) - e la loro repressione sono rimasti immutati, e sia perché tenere traccia dei concatenamenti storici serve anche a riconoscere il pattern attraverso cui il potere si riproduce e riconferma a distanza di secoli.
In particolare, c’è una manifestazione contemporanea specifica della festa fuori controllo che mi viene in mente se penso all’esplosione dell’alterità, alla resistenza politica e alla barbarie originaria, e che avrebbe potuto rappresentare la naturale - e certamente più sensata - continuazione del libro: i rave o, meglio, i free party nella loro forma di zone temporaneamente autonome (T.A.Z., Temporary Autonomous Zone). Ora, se dovessi intessere le origini storiche dei free party e delle taz, sarebbe un casino perché questo testo non arriverebbe mai a conclusione. Quindi, mi limiterò a stimolare la lettura di un paio di testi (ce ne sono molti di più, quindi buona ricerca) che hanno fatto questo prezioso lavoro: Rave New World. L’ultima controcultura di Tobia d’Onofrio (Agenzia X, 2018) e T.A.Z. di Hakim Bey (Shake Edizioni, 2020). Faccio riferimento ai free party perché, dopo i decreti del nazifascismo contro il jazz e i ritmi della musica nera – menzionati sia da Ehrenreich che da D’Onofrio -, sono state le prime forme contemporanee di festa e di musica ad essere perseguite legalmente. In Rave New World si legge:
Il 1994 è considerato l’annus horribilis per la cultura rave: in Inghilterra diventa legge il tanto temuto Criminal Justice and Public Order Bill [...] Non era la prima volta che dei provvedimenti legislativi venivano varati per attaccare i movimenti [...] Ma stavolta si parlava specificatamente di rave. La legge impediva che più persone si aggregassero in presenza di “musica amplificata caratterizzata interamente o principalmente dall’emissione di una successione di ritmi ripetitivi”. Praticamente si bandivano interi generi musicali per legge! (p. 145).
Il 2001 è stata la volta della Francia con la Legge Mariani, mentre il 2022 è stato l’anno in cui il governo Meloni ha introdotto il 633-bis, ovvero il decreto anti-rave, che prevede il carcere per chi organizza i free party. E, mentre scrivo, la Francia sta attraversando un ulteriore inasprimento delle pene: di fatti, la nuova loi 1133 prevede 2 anni di carcere, 30mila euro di multa, la confisca del materiale e 3 anni di sospensione della patente per chi organizza i free party, oppure 6 mesi di carcere e 7.500 mila euro di multa per chi ne prende parte, oltre ad altre varie forme di sanzione, comprese quelle per l’utilizzo di sostanze stupefacenti (per maggiori informazioni, rimando a Tekno Anti Repression e Freeform). E, sebbene in Spagna non esista una legge specifica contro i free party, il sequestro della strumentazione e i processi per norme sull’ordine pubblico e sulle proprietà private sono comunque all’ordine del giorno: basti pensare che per reprimere il Big Fucking Party di Capodanno 2026 è intervenuta la squadra antiterrorismo nazionale.
E il dl sicurezza italiano – che il 633-bis aveva pre-annunciato - è la continuazione naturale della repressione della festa e della sua secolarizzazione, allo stesso modo in cui l’economia neoliberale è la conseguenza perfetta della guerra. Quindi, occuparsi del piacere di incontro tra corpi, di desiderio e di tensione verso il reale significa automaticamente occuparsi della crisi del libero scambio e delle risorse, della crescita esponenziale del riarmo, della moltiplicazione dei conflitti e della distruzione dei luoghi di aggregazione libera, ovvero di quel capitalismo della finitudine che non si configura più solo come una semplice teoria, ma si concretizza come uno stato d’animo generalizzato, prossimo all’esaurimento e alla depressione, in cui non solo l’individuo è stanco di diventare e realizzare il Sé, ma in cui diventa addirittura impossibilitato a possibilizzarlo.
E se ancora oggi l’esercito dei tristi si sforza di reprimere la festa, è perché, a distanza di secoli, la sua forza sovversiva e trasformatrice non si è assopita; piuttosto, essa ha continuato a prosperare - e non nonostante i divieti, bensì attraverso di essi -, configurandosi sempre come una terapia adattiva e collettiva di diserzione attiva capace di ri-significare il senso dell’esistere. La festa è una dislocazione cognitivo-esistenziale che, svelando l’assoluta impermanenza di ogni ordine costituito, rende di nuovo attingibile il godimento come libido psichica complessiva attraverso cui operare una modificazione consapevole della vita quotidiana, pretendendo un rovesciamento radicale di ogni suo aspetto.
Se la gioia collettiva ci salverà, questo non lo so, ma di sicuro è un bisogno che ci rende sopportabile questa vita. Per alcun3 di noi, la festa è tutto ciò che resta.
BIBLIOGRAFIA
Benjamin, W. a cura di Pinotti, A. & Somaini, A. (2012). Aura e Choc. Saggi sulla teoria dei media. Einaudi.
Berardi, F. (2023). Disertate. Timeo.
Berardi, F. (2025). Pensare dopo Gaza. Timeo.
Colombani, M. (2020). Lo spettro di Dionisio nell’underground. Prolegomeni a una trance contemporanea. Mimesis/Eterotopie.
D’Onofrio, T. (2018). Rave New World. L’ultima controcultura. Agenzia X.
Fisher, M. (2023). Realismo Capitalista. NERO Editions.
Fisher, M. (2019). Spettri della mia vita. Scritti su depressione, hauntologia e futuri perduti. Minimum Fax.
Fisher, M. (2026). Materialismo Gotico. Vivere e morire al tempo delle macchine. Einaudi.
Han, B.C. (2021). La scomparsa dei riti. Una topologia del presente. nottetempo.
Haraway, D. (2023). Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto. NERO Editions.
Vazquez, D. (2018). Feste fuori controllo. Corpi ostili e tecniche di repressione psicopolitica. DeriveApprodi.
Immagine: Nymphs Dancing on Fire, Joseph Tomanek.


